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  • Le ombre si allungano, i colori si fanno più intensi e i riflessi sull’acqua brillano di uno splendore straordinariamente ricco. Questo effimero momento di bellezza, noto come Golden Hour, è forse il più evocativo dei fenomeni naturali ordinari e ha ispirato artisti in ogni epoca.

    Con il suo calore e il suo splendore, la Golden Hour ispira la nostra devozione innata e culturale all’oro in tutte le sue forme, richiamando la nostra attrazione a questa tonalità assolutamente paradisiaca. L’oro è un elemento raro e prezioso, un inconfondibile significante della bellezza della natura, dotato del potere di migliorare ciò che lo circonda in una miriade di modi.

    L’essenza della luce dorata

    Come si addice al comportamento spesso imprevedibile dei fenomeni naturali, la Golden Hour può far brillare il paesaggio per una manciata di minuti, o estendere la sua grazia per più di un’ora. Tuttavia, indipendentemente dalla sua durata, questo periodo di luce calda e ardente non manca mai di accendere l’immaginazione e donare una sensazione unica di calma e tranquillità. Lo splendore dorato è causato da un processo di dispersione e rifrazione della luce, in cui la luce blu proveniente dal sole si disperde nell’atmosfera con l’avvicinarsi del sole all’orizzonte. Questa dispersione e l’effetto rallentante provocato dalle condizioni atmosferiche comportano una radiosità calda e visivamente dimensionale, in grado di intensificare la bellezza della natura, illuminare la pelle e decorare tutto ciò che incontra con un tocco dorato.

    Non stupisce trovare prove dell’influenza della Golden Hour ovunque nella storia dell’arte, in quanto le più grandi menti artistiche del mondo sono state rapite dall’impatto e dalla bellezza dell’oro da tempo immemore. La prima presenza della Golden Hour, e forse quella dal maggiore impatto visivo, si trova nei dipinti figurativi dei maestri del Rinascimento, come i drammatici ritratti di Caravaggio inondati e abbelliti da una splendida luce dorata, fenomeno naturale e al contempo espressione del metafisico. Similmente, gli artisti del Barocco restarono folgorati dal potere della luce dorata sui soggetti umani: Velázquez e Rembrandt fecero dei ritratti con toni dorati un aspetto distintivo del loro tipico stile di pittura.

    Tuttavia, è stato con la comparsa della pittura en plein air, dei dipinti dominati dal cielo e delle immagini pastorali del tardo XVIII e del XIX secolo, che la Golden Hour si è affermata come tema paesaggistico. J.M.W. Turner, con le sue scene maestose e filmiche di vasti orizzonti, vallate profonde e mari tempestosi, comprese appieno il fascino splendente dell’oro, immortalandolo ogni volta nelle sue celebri tele naturalistiche. John Constable, un altro stimato artista britannico, raffigurò idilliche scene pastorali inglesi, spesso illuminate dalla radiosità unica della Golden Hour, illustrando sapientemente l’effetto delle ombre allungate e dell’intensità dei colori caratteristiche di questo momento fuggevole.

    Fuggevoli momenti di bellezza

    Parte dell’inesauribile fascino della Golden Hour è probabilmente la sua atemporalità, che suscita infallibilmente una profonda reazione emotiva. La Golden Hour libera la gloria dell’oro rendendola accessibile a tutti, traducendo il calore della pura luce solare nel tepore emotivo di un singolo istante, un’adorazione della bellezza naturale e dell’effetto che questa ha sui nostri sensi. La luce delicata della Golden Hour trasforma il mondo terreno in un’esperienza trasognata e nostalgica, infondendo nella vita quotidiana un senso di drammaticità teatrale, ravvivante e al contempo rassicurante, tanto terrestre quanto sublime.

    Non c’è da meravigliarsi, quindi, che le innovazioni della fotografia e della videoarte abbiano accresciuto le possibilità creative della Golden Hour per raggiungere splendide nuove vette nell’espressione e la maestria, promuovendo la sua capacità di ispirare e riportando in auge il suo impatto nell’era moderna. Le caratteristiche della Golden Hour sono tuttora una significativa fonte di ispirazione per artisti e fotografi contemporanei, nello specifico per Frans Lanting, che nella sua fotografia faunistica sfrutta la luce del crepuscolo per introdurre un elemento quasi surreale e profondamente teatrale. Bill Schwab, che racchiude nella sua opera la bellezza ultraterrena della Golden Hour, seppure spesso in un delicato bianco e nero sfocato, è un altro dei principali artisti con una profonda comprensione di come la luce del tramonto o dell’alba riesce a trasformare il quotidiano in straordinario.

    Ma non sono solo i paesaggi naturali, le scene pastorali e le vaste pareti delle valli o i laghi cosparsi di foschia ad essere resi ancora più magici dallo splendore maestoso della Golden Hour. Numerosi fotografi contemporanei si dedicano ad immortalare questo fenomeno naturale anche negli ambienti urbani, giustapponendo gli elementi spigolosi e artificiali tipici di questi paesaggi alla delicatezza del sole serale. Kang Hee Kim realizza immagini d’impatto che suscitano una giocosa nostalgia, ricreando paesaggi urbani iconici che presenta inondati dalla luce della Golden Hour, mentre Marilyn Mugot, con la sua sensibilità fantascientifica, realizza in maniera analoga impressionanti ossimori retrofuturisti. Nonostante la varietà di stili, tecniche, visioni e approcci per immortalare la Golden Hour nel mondo dell’arte, rimane un’interminabile attrazione nei confronti di questo colore affascinante. Eterna, stupenda e inesauribilmente trasformativa, la natura preziosa dell’oro resiste giorno dopo giorno.

  • Che fosse per immortalare la brillantezza e la vastità del cielo e del mare, o per rappresentare l’essenza della purezza e della bellezza, il blu cobalto è stato adottato dagli artisti in tutta la storia dell’umanità. Il primo blu sintetico, creato nell’antico Egitto nel 2200 a.C., fu rinvenuto in dipinti murali, sculture, mobili e altri oggetti. Uno dei primi usi del blu cobalto nelle ceramiche cinesi risale alla dinastia Tang, già nel VII secolo; il pigmento raro e vivido era prodotto con il cobalto estratto dai giacimenti minerari persiani. Nell’arte, esponenti come Vermeer, Renoir, Monet e van Gogh crearono capolavori con straordinari tocchi di blu cobalto. Il colore ha persino definito la carriera di alcuni pittori, come l’artista neoclassico americano Maxfield Parrish.

    Un colore che diventò icona

    Traendo ispirazione da numerosi esempi storici di rilievo, gli artisti moderni accolsero il blu cobalto esaminandone il potenziale concettuale. L’opera di Yves Klein è pressoché sinonimo della tonalità: l’artista dichiarò notoriamente che il cielo blu fu la sua primissima opera d’arte. Descrisse i suoi iconici dipinti monocromatici in questa tonalità come una “finestra che si apre sulla libertà, come la possibilità di essere immersi nell’esistenza incommensurabile del colore”.

    Oltre che nelle sue opere astratte, l’artista francese utilizzò il blu cobalto per creare installazioni, sculture ed esperienze coinvolgenti. Secondo Nancy Spector, ex curatrice capo del Guggenheim: “È rinomato per il suo uso quasi esclusivo di un pigmento oltremare polveroso, incredibilmente significativo, che brevettò con il nome ‘International Klein Blue’, affermando che rappresentava la manifestazione fisica dell’energia cosmica che, normalmente invisibile, fluttua libera nell’aria”.

    Contemporanea di Klein, Niki de Saint Phalle vantava un’acuta e profonda comprensione della capacità del colore di evocare poteri ed emozioni. L’artista franco-americana è stimata per le sue grandi sculture, i suoi ambienti immersivi e il suo uso audace dei materiali. Aveva un prodigioso occhio per la rappresentazione della vivacità con tinte e tonalità, descrivendo se stessa come “intossicata da questi magici colori puri”.

    De Saint Phalle usava nuance come il blu cobalto per aggiungere intensità, enfasi e gioia alle sue inconfondibili composizioni. “Se una mia scultura può donare un istante di gioia, un momento di vita a un passante, mi sento appagata”, disse. Il suo ultimo progetto monumentale, un onirico paesaggio architettonico aperto al pubblico, intitolato “The Grotto”, presenta un’imponente enclave inondata di blu cobalto. Le sue pareti in mosaico, esaltate da nicchie in cui si trovano le sue sculture danzanti, furono ispirate da Henri Matisse, un altro amante di questa tinta viva.

    Una tonalità ipnotica

    Il blu cobalto, con le sue qualità ipnotiche e affascinanti, risalta anche quando viene impiegato da creativi e designer per evocare un senso di serenità e trasformazione. Un capolavoro moderno che sa sfruttare al massimo questo colore audace è la New York Hall of Science. Originariamente progettata per l’Esposizione universale del 1964/65 da Harrison and Abramovitz Architects, è composta da un esterno in cemento ondulato che nasconde un’atmosfera travolgente al suo interno. Il suo vertiginoso motivo di 5.000 pannelli luminosi in blu cobalto è stato pensato per creare un’illusione di spazio infinito. All’interno di questa meraviglia dell’architettura, i visitatori si sentono come sommersi dai misteri e la maestosità dell’oceano.

    La Muralla Roja” di Ricardo Bofill è un’altra meraviglia ispirata al mare: l’opera dell’architetto spagnolo si staglia sul bagliore danzante della Badia de Calp. L’esterno svetta in tonalità corallo, a incorniciare un labirinto interno di scale azzurre che confondono e catturano gli sguardi. Bofill ha usato il blu cobalto, accostato al movimento della luce e all’effetto delle forme e delle ombre, per incantare e ammaliare.

    Uno dei personaggi di spicco nel movimento di luce e spazio è l’artista contemporaneo Doug Wheeler. I suoi “involucri di luce” e “dipinti di luce” giocano con la nostra percezione di spazio, volume e colore. L’artista esplora l’interazione tra la luce ambientale – in particolare negli esempi di luminoso blu cobalto – e l’architettura progettando esperienze estese e trascendenti che amplificano i sensi, in cui il tempo e lo spazio svaniscono.

    Che sia per catturare un’energia cosmica, emanare un senso di libertà o trasportare in un’altra direzione, i creativi sono sempre affascinati dal blu cobalto. Questa tonalità distintiva, dalla profondità e dal potenziale evocativo sconfinati, continua ad affascinare il pubblico tanto quanto gli artisti.

  • Amato da artisti di varie epoche, il blu cobalto è un simbolo di purezza e splendore, capace di evocare mistero e opulenza. La scoperta di questa preziosa tonalità fu una rivoluzione magistrale che portò alla realizzazione di alcune delle opere d’arte più amate al mondo.

    Questo pigmento sublime fu prodotto all’inizio del XIX secolo come alternativa al blu oltremare, il pigmento blu più tradizionale e ambito al tempo. Realizzato macinando il lapislazzuli, una pietra semi-preziosa proveniente dall’Afghanistan, il blu oltremare era raro e costoso.

    Il blu metteva gli artisti in difficoltà: potevano scegliere tra il blu oltremare, meraviglioso ma dai costi proibitivi, il blu di smalto, più accessibile ma anche meno intenso, e l’azzurrite, che però aveva una leggera sfumatura verde“, ha spiegato la dott.ssa Rosalind McKever, Harry M. Weinrebe Curatorial Fellow presso la National Gallery di Londra.

    La nascita del blu cobalto

    C’era bisogno di un nuovo blu: il ministro degli interni francese Jean-Antoine Chaptal ordinò all’eminente chimico Louis-Jacques Thénard di sviluppare un sostituto sintetico per il blu oltremare. Ispirato agli affascinanti smalti blu delle porcellane di Sèvres ottenuti da sali contenenti cobalto, Thénard sperimentò una miscela di sali di cobalto e allumina. Ne risultò un incantevole blu, puro e brillante, non solo straordinariamente stabile, ma anche rapido ad asciugarsi e perfetto da mischiare ad altri colori. Nonostante il costo relativamente alto del nuovo pigmento, gli artisti lo adottarono velocemente, apprezzando la nuova straordinaria libertà che offriva loro.

    “Quando pensiamo all’arte del Rinascimento, associamo spesso i blu vivaci alla Vergine Maria, che ovviamente veniva dipinta nel colore più costoso: il cobalto permise agli artisti di usare il blu più liberamente”

    dott.ssa Rosalind McKever

    L’impatto creativo

    Questo nuovo entusiasmo ebbe un impatto monumentale. L’invenzione del blu cobalto aprì la strada all’esplosione di colori vivaci e di creatività che caratterizza i dipinti impressionisti e post-impressionisti. Era uno dei preferiti di Renoir, Monet, Morisot, Sisley e Cézanne in particolare.

    Il blu cobalto, il più leggendario dei colori, continua ad essere uno dei preferiti degli artisti contemporanei più illustri al mondo. Alla National Gallery sono presenti numerosi esempi di dipinti del XIX secolo caratterizzati dal blu cobalto, due dei quali affascinano particolarmente la dott.ssa McKever. Uno è La Yole di Renoir, che raffigura una barca sulla Senna, appena fuori Parigi. Renoir ha accostato il vivace blu cobalto del fiume all’arancione acceso della barca, così entrambe le tonalità — secondo la teoria del colore contemporanea — appaiono molto più brillanti. L’altro è Coucher de soleil sur la neige à Lavacourt di Monet. È una scena innevata, quindi ci si aspetterebbe il bianco: l’artista, invece, ha usato il blu cobalto per creare un’ampia serie di ombre per la neve, che acquista così un aspetto più autentico.

  • Un equilibrio di spazio negativo e positivo, a base di linee uniformi, curve eleganti e tratti ortogonali netti: l’Helvetica è il carattere tipografico protagonista del XX e XXI secolo. Modello di buon design, è lo standard di riferimento per creare grafiche, diffondere comunicazioni e raccontare storie in modo ordinato, sofisticato ed elegante. La sua forma, delineata da contorni precisi, rappresenta un’espressione di efficienza e modernità.

    La nascita di un carattere

    L’Helvetica ha contribuito a definire il design svizzero moderno. Il font è stato creato in Svizzera da Max Miedinger ed Eduard Hoffmann per la fonderia Haas, nel 1957. Inizialmente chiamato Neue Haas Grotesk, nel 1960 è stato rinominato Helvetica, un riferimento al nome latino della Svizzera.

    Le prime prove tipografiche in Neue Haas Grotesk, accuratamente composte a mano e stampate su carta fine art, sono a mio avviso vere e proprie opere d’arte“, ha affermato il figlio di Hoffmann, Alfred, in “Helvetica Forever“. “Si riesce a sentire l’originale, la mano del maestro, la densità del grigio dovuta al getto eccezionalmente fitto“.

    Il carattere senza grazie è caratterizzato da peso monotono, crenatura uniforme, leggibilità e terminazioni nitide. “Posso scoprire qualità uniche, come le cifre larghe e la spaziatura deliberatamente stretta; è quasi un’esperienza di pura beatitudine“, ha dichiarato Hoffmann. Il carattere ha fatto il suo debutto mondiale alla fiera Graphic 57 a Losanna, in Svizzera, ed è stato un trionfo immediato. L’Helvetica ha saputo emanare un fascino universale e internazionale, con la sua capacità di rappresentare il classico e il contemporaneo, la semplicità e l’eleganza. Sarebbe diventato un marchio dell’ingegno, della cultura e dello stile svizzeri.

    Un fenomeno senza tempo

    Oltre 60 anni dopo, l’Helvetica è il font più amato dai grafici in tutto il mondo. Equilibrato e altamente funzionale, indica un gusto contemporaneo e attenzione per i dettagli. Offre una leggibilità chiara sia da vicino che a grandi distanze, persino in movimento. Dai cartelli stradali ai materiali informativi, dalle comunicazioni promozionali al cinema, il font segna un traguardo impareggiabile nella cultura visiva.

    La sua compatibilità con il movimento è stata forse colta al meglio dal leggendario designer Massimo Vignelli, che l’ha impiegato nel suo lavoro per la metropolitana di New York. Vignelli ha sfruttato più di una volta l’efficacia di questo carattere, in particolare nel settore del trasporto pubblico. Fu proprio Vignelli a scegliere l’Helvetica per l’iconico logo di una compagnia aerea, una decisione che senza dubbio ha finito per influenzare la presenza del carattere nello spazio, sul lato dello Space Shuttle della NASA.

    I nostri continui incontri con l’Helvetica hanno contribuito a definire la nostra comprensione del mondo che ci circonda. “Siamo costantemente circondati da testi. I caratteri esprimono uno stato d’animo, un’atmosfera. Danno alle parole un valore in più“, ha affermato il designer e scrittore Rick Poynor in “Helvetica“, documentario del 2007 diretto da Gary Hustwit. Una passeggiata in città, una lettura dei titoli in una libreria, un’occhiata alle etichette su prodotti di ogni tipo si trasformeranno in una serie di esempi dal vero dell’abilità innata dell’Helvetica di trasmettere un’idea al lettore, sempre in modo persuasivo e unico.

    L’Helvetica ha provato il suo potere di comunicare uno stato d’animo, un sentimento, una visione a così tante persone che ha dato vita a una nuova generazione di caratteri. Il font senza tempo dell’era moderna ha ispirato dozzine di suoi simili e resta una scelta popolare anche nel XXI secolo.

    Infatti, l’Helvetica è tanto presente e influente oggi quanto in passato. Il suo design intelligente, slanciato e raffinato continua a sembrare pura avanguardia. “Credo di non sbagliarmi quando dico che l’Helvetica è il profumo della città. È qualcosa che di solito non notiamo, ma ne sentiremmo davvero la mancanza se non ci fosse“, ha detto Lars Muller in “Helvetica”. Decennio dopo decennio, grafici, tastemaker e innovatori rimangono stregati da questo classico contemporaneo Swiss-made.

  • Escono le motivazioni della sentenza d’Appello per Calciopoli, il cui riassunto sarebbe che Moggi & Co. avrebbero truccato i campionati tra il 1999-2000 e il 2004-2005 in combutta con i vertici arbitrali. Giustamente qualcuno (cioè tutti i non juventini, interisti in testa, e qualche giornalista sparuto) chiede che se ne parli in prima pagina e non si nascondano le notizie. Sono d’accordo. Parliamone, ma davvero, analizzando i fatti e le loro interpretazioni e non tifando pro o contro Moggi ma per la (ricerca della) verità delle cose.

    Un primo assaggio: il campionato 1999-2000 chi lo vince? La Juve di Moggi? No, pare che l’abbia vinto la Lazio di Cragnotti all’ultima giornata in una partita che non si doveva giocare per impraticabilità di campo, a Perugia, e che invece fu arbitrata da Collina con un destino segnato: erano stati troppo gravi i favoritismi pro-Juve in precedenza (cfr. Juventus-Parma…). Ebbé? Se è “troppo” truccato un campionato lo si fa vincere a un altro? Ma chi decide dunque sa tutto? Ed era soltanto Moggi? Lo scudetto 2000-2001 lo vince la Roma di Capello (e Nakata): dunque la Juve non ce l’ha fatta a truccarlo oppure dormiva? Lo scudetto 2001-2002 lo perde l’Inter di Cuper, quello delle scommesse, all’ultima giornata regalandolo alla Juve con la sconfitta di una squadra sfatta, a Roma con la Lazio: tutto previsto a tavolino? Accidenti che sceneggiatura… Potrei continuare.

    Penso il peggio del calcio italiano e dei suoi vertici, e lo scrivo da anni venendone censurato in tutti i modi (do you remember il Tg3 e la mia cacciata da parte della Berlinguer non priva di contatti con la Russa e D’Alema…), ma non mi va che nessuno (né Moggi né altri) servano a coprire la spaventosa immoralità (e amoralità) di un sistema mentre la stampa fa finta di non capire, o capisce a senso unico. Questo non è un pezzo né garantista né assolutorio di nessuno, gli aggettivi applicati alla giustizia mi danno i brividi.

  • Cos’è la Haka

    Nel suo libro “Maori Games and Haka”, lo studioso Alan Armstrong descrive la Haka così:

    “La Haka è una composizione suonata con molti strumenti. Mani, piedi, gambe, corpo, voce, lingua, occhi… tutti giocano la loro parte nel portare insieme a compimento la sfida, il benvenuto, l’esultanza, o il disprezzo contenute nelle parole. È disciplinata, eppure emozionale. Più di ogni altro aspetto della cultura Maori, questa complessa danza è l’espressione della passione, del vigore e dell’identità della razza. È, al suo meglio, un messaggio dell’anima espresso attraverso le parole e gli atteggiamenti.”

    È dunque una danza che esprime il sentimento interiore di chi la esegue, e può avere molteplici significati. Non si tratta, infatti, solo di una danza di guerra o intimidatoria, come è erroneamente considerata spesso, ma può voler anche essere una manifestazione di gioia, di dolore, una via di espressione libera che lascia a chi la esegue momenti di libertà nei movimenti.

    È comunque un rituale impressionante, come si può ben vedere dall’esibizione degli All Blacks: si roteano e si spalancano gli occhi, si digrignano i denti, si mostra la lingua, ci si batte violentemente il petto e gli avambracci, si dà quindi un saggio di potenza e coraggio, che si ricollega allo spirito guerriero dei Maori.

    L’origine della “Ka Mate”

    Attorno al 1820 un capo Maori chiamato Te Rauparaha compose “Ka Mate“, l’haka più conosciuta. Te Rauparaha era l’alto capo dei Ngati Toa and i suoi possedimenti andavano da Porirua fino alla costa di Kapiti e comprendevano anche l’isola Kapiti.
    Ka mate! Ka mate!” furono le parole dette da Te Rauparaha mentre si nascondeva in un pozzo kumara (le kumara sono delle patate dolci molto buone, che io ho stesso ho mangiato nel mio viaggio; per tenerle all’asciutto sono conservate in un pozzo, dopo essere state raccolte) per sfuggire ai suoi inseguitori, i Ngati Tuwharetoa. Nella sua fuga egli giunse da Te Wharerangi e gli chiese protezione. Sebbene piuttosto reclutante, Te Wharerangi alla fine acconsentì e gli ordinò di nascondersi in un pozzo kumara. La moglie di Te Wharerangi, Te Rangikoaea, poi, si mise a sedere su di esso.

    A riguardo del perchè la donna fece questo ci sono due storie che si tramandano:
    – la prima spiega il gesto col fatto che nessun uomo (a quel tempo era considerato sconveniente) si sarebbe messo in una posizione che lo avrebbe portato sotto gli organi genitali femminili. Anche gli inseguitori avrebbero pensato la stessa cosa e avrebbero deliberatamente evitato di controllare il pozzo. Tale pregiudizio ovviamente non interessava Te Rauparaha, che aveva interesse solo a salvare la pellaccia!
    – la seconda racconta che la donna si sedette per neutralizzare un incantesimo lanciato a Te Rauparaha dal capo degli inseguitori. In quel periodo, infatti, si credeva che gli organi femminili avessero il potere di “schermare” le persone dai sortilegi.

    All’arrivo degli inseguitori, Te Rauparaha mormorò “Ka Mate! Ka mate!” (Io muoio! Io muoio!), ma quando Te Wharerangi disse che l’uomo che stavano cercando era scappato verso Rangipo, egli gioì “Ka Ora! Ka ora!” (Io vivo! Io vivo!). Ma Tauteka (il capo degli inseguitori Ngati Tuwharetoa) dubitò delle parole di Te Wharerangi, così il fuggitivo ripetè sconsolato “Ka mate! Ka mate!” un’altra volta. Fortunatamente gli inseguitori si fecero convincere del fatto che egli non si trovava nel pa (il villaggio) di Te Wharerangi e quindi Te Rauparaha esclamò “Ka ora, ka ora! Tenei te tangata puhuruhuru nana nei i tiki mai whakawhiti te ra!” (Io vivo! Io vivo! Questo è l’uomo peloso che ha persuaso il Sole e l’ha convinto a splendere di nuovo!). L’uomo peloso a cui si fa riferimento nella haka è Te Wharerangi, il capo che diede rifugio a Te Raparaha nonostante il suo desiderio di non essere coinvolto.

    Upane“, che vedrete scritto qui sotto, letteralmente significa “terrazza”, ma probabilmente si riferisce ai gradini intagliati nella parete del pozzo per dargli un più comodo accesso. Ogni “upane” descrive i titubanti passi di Te Raparaha mentre emergeva dal pozzo per controllare la situazione. Uno può solo immaginare la gioia di non solo essere scampato alla morte per il classico rotto della cuffia ma anche di ritornare alla luce dal buio del pozzo kumara: “Whiti te ra! Hi!” (Il Sole splende di nuovo! Hi!)

    Una volta fuori dal pozzo, nel cortile di Te Wharerangi e di fronte a sua moglie, Te Rauparaha eseguì allora la haka che aveva composto mentre giaceva nel buio. La variante usata degli All Blacks è riportata qui di sotto, assieme alla traduzione. C’è da notare che le parole in alcuni casi sono state divise per indicare la cadenza delle sillabe, durante l’esecuzione della haka.

    Testo originale:

    Ringa pakia
    Uma tiraha
    Turi whatia
    Hope whai ake
    Waewae takahia kia kino

    Ka mate! Ka mate! Ka Ora! Ka Ora!
    Ka mate! Ka mate! Ka Ora! Ka Ora!
    Tenei te tangata puhuru huru
    Nana nei i tiki mai
    Whakawhiti te ra
    A upa…ne! A upa…ne!
    A upane kaupane whiti te ra!
    Hi!!!

    Traduzione:

    Batti le mani contro le cosce
    Sbuffa col petto
    Piega le ginocchia
    Lascia che i fianchi li seguano
    Sbatti i piedi più forte che puoi

    Io muoio! Io muoio! Io vivo! Io vivo!
    Io muoio! Io muoio! Io vivo! Io vivo!
    Questo è l’uomo peloso
    Che ha persuaso il Sole
    E l’ha convinto a splendere di nuovo
    Un passo in su! Un altro passo in su!
    Un passo in su, un altro… il Sole splende!!!
    Hi!!!

    (Testi: Wikipedia | Foto: Waseem Farooq, PxHere)