Italia-Galles Euro 2020

Nel calcio c’è bisogno di nuovi gesti politici?

Le discussioni nate durante Euro 2020 suggerirebbero di sì.

Dopo la partita dell’Italia con il Galles la prestazione degli Azzurri è passata quasi in secondo piano davanti le polemiche nate dalla scelta di non inginocchiarsi fatta da buona parte degli undici in campo, decisi a non seguire il gesto della squadra avversaria e dei pochi azzurri che avevano deciso di imitarlo (Emerson, Belotti, Toloi, Pessina e Bernardeschi). Altre squadre come l’Inghilterra, la Francia e il Belgio hanno scelto inginocchiarsi durante tutti i pre-gara della competizione europea, mentre Polonia e Ungheria hanno optato per la scelta decisamente discutibile di limitarsi ad indicare il badge Respect (i tifosi ungheresi hanno sfilato con dei cartelli anti-kneeling prima della partita con la Francia).

Nell’enorme calderone di opinioni nate dopo il non gesto fatto dagli Azzurri, l’unica scusante che si può trovare per gli undici di Mancini è quella della disorganizzazone intorno al kneeling, alla mancanza quindi di una vera presa di posizione di chi da tempo fa spallucce davanti la questione: la UEFA. L’inginocchiamento – kneeling – nasce ovviamente dal gesto fatto da Colin Kaepernick nell’agosto del 2016, quando durante l’inno americano prima dell’incontro di football San Francisco 49ers-Green Bay Packers si inginocchiò in segno di protesta contro le violenze della polizia sui neri. Il giocatore afro americano era stato il primo a farlo in un contesto sportivo in segno di protesta contro la brutalità delle forze dell’ordine, inaugurando un gesto che, negli anni, è diventato un simbolo mediatico della lotta al razzismo. L’inginocchiamento è stato subito identificato come un gesto iconico e ha raggiunto una risonanza mediatica mondiale, allargandosi ad altri sport e diventando uno dei simboli del movimento Black Lives Matter. Il grande merito di un gesto che è diventato così iconico è stato quello di portare il tema del razzismo nell’agenda mediatica e politica dello sport anche quando non si tratta di episodi di razzismo, perché la politica più efficace è quella di continua lotta e condanna e non interventista.

Dopo diversi anni, la forza di quel gesto si sta esaurendo, come è normale che avvenga, i media hanno progressivamente normalizzato l’inginocchiamento, la cui ripetizione e diffusione del gesto – dal NBA fino alla Premier League – ha reso ogni occasione in cui veniva fatto un po’ meno potente a livello mediatico. Oggi, per continuare a contrastare il razzismo e ad amplificare la voce del dissenso contro le forme di discriminazione, serve nuovo atto comunicativo: lo aveva spiegato Versus, e l’aveva confermato anche Wilfried Zaha in un’intervista dichiarando di non trovare più significati nel gesto, trasformato in una mera routine precedente alle partite. L’iconografia sportiva può essere ancora uno strumento di comunicazione per l’espansione di messaggi sociali importanti come la lotta al razzismo, ma è necessario che trovi una nuova forma di espressione.

Nella storia dello sport ci sono stati molte denunce pubbliche. Uno dei primi e più clamorosi fu quello nelle Olimpiadi di Città del Messico del 1968 degli atleti Tommie Smith e John Carlos, che sul podio, durante la premiazione, rimasero col braccio sollevato e il pugno chiuso con un guanto nero e il capo abbassato, in segno di protesta contro la violazione dei diritti degli afroamericani. Nel ‘96, il giocatore di NBA Mahmoud Abdul-Rauf, durante l’inno nazionale americano, rimase nello spogliatoio: secondo il cestista, l’inno sarebbe un simbolo di oppressione. Altre celebri denunce furono quelle nel calcio dei giocatori che per protestare contro atti discriminatori e razzisti hanno lasciato il campo o compiuto gesti clamorosi. Uno molto famoso coinvolse Kevin-Prince Boateng, che nel 2013, in un’amichevole contro la Pro Patria, dopo alcuni insulti razzisti nel mezzo della partita, raccolse il pallone e lo scagliò contro la tribuna, da cui venivano le discriminazioni. La voce di questi atleti ha permesso di rimarcare sul razzismo e in generale evidenziare tematiche sociali con problemi.

Durante gli ultimi anni è stato riportato più volte il concetto di giocatori-influencer, cioè di personalità che dal campo propagano la propria voce anche fuori, e un loro gesto possiede una eco forte verso i propri colleghi e i giocatori più giovani. Questo tono era già stato utilizzato in alcuni casi per la lotta al razzismo (come Rashford, Sancho, Ozil o Mbappe), ma più che altro, finora, sono state più occasioni per mostrarsi attivi su altri temi sensibili (come la guerra, il coronavirus, o determinate situazioni politiche). Se questi giocatori, visto il loro tono, riuscissero a trovare una forma di comunicazione trasversale e che possa unirli per combattere la discriminazione, si creerebbe una nuova forma di inginocchiamento, un nuovo simbolo.

Intervistando Mathieu Flamini aveva spiegato in questo senso un discorso interessante:

Ho sempre detto che i calciatori e gli atleti hanno una responsabilità sociale, sono fondamentali in questo senso al 100%. Quando un atleta ha milioni di follower capisci l’impatto che il suo messaggio può avere, e non solo nel calcio: possono avere un impatto positivo per parlare di argomenti importanti. Colin Kaepernick in questo è stato fantastico. Un atleta, infatti, può parlare di tutto, dal Black Lives Matter, al clima o all’educazione. Lo sport è una delle piattaforme più importanti e seguite ed è normale che le società, gli atleti, abbiamo tutti la responsabilità sociale di avere un impatto positivo e creare un cambio di mentalità. Il calcio può aiutare a sensibilizzare ma quello del cambiamento climatico è una questione che va oltre.

I singoli giocatori hanno una responsabilità nell’evidenziare le situazioni razziste con delle iniziative proprie, ma anche le leghe dovrebbero esporsi con degli atti più consistenti. Durante gli anni Novanta e Duemila erano le istituzioni che si preoccupavano di contrastare il fenomeno del razzismo, meno i giocatori, che a livello mediatico, non avevano la forza di proporre simili iniziative. Negli ultimi dieci anni, invece, le maglie sotto le uniformi di gioco (in stile Totti) sono diventate occasioni più rare, anche perché oggi alcune federazioni puniscono chi si toglie la maglia. In generale, per quanto la Cancel Culture non sia un fenomeno particolarmente presente nel calcio, mostrare un vessillo politico o prendere certe posizioni pubbliche può sempre portare a delle conseguenze.

Come aveva scritto sul Guardian Mark Gewisser, “una delle caratteristiche distintive della vita nel ventunesimo secolo è la rapidità con cui si propagano le idee”. Il vettore del calcio è un canale troppo forte per non essere sfruttato, non solo come lotta alla discriminazione in questo sport, ma anche per aumentare la consapevolezza del problema del razzismo in tutta la società. Che sia una maglia o un’esultanza, sarebbe un fatto ripreso da tutti i media e su cui si creerebbe una fitta narrazione. Dovrebbero essere soprattutto (se non in primis) i grandi calciatori a farlo, perché sono quelli più iconici e quelli che possono esporsi meglio in prima fila – nel razzismo, non c’è da avere paura di essere cancellati. Anzi, se non sono loro i primi a farlo, rimane il dubbio che l’inginocchiamento potrebbe non potrebbe non bastare.

(Fonte: NSS Sports)

Di Pino Volpe

Giuseppe Ivan Volpe, nato a Napoli l'11 dicembre 1980. Diplomato all'Istituto LGD (Laboratorio di Grafica e Design) di Napoli, lavoro a Venezia dal 2006 come webdesigner. Ho un grande interesse per la comunicazione pubblicitaria, il marketing, la fotografia, l'apprendimento (ho una buona conoscenza di Inglese e Spagnolo, sia parlato che scritto), lo sport e i viaggi.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.