29 aprile 2005: il giorno in cui ho incontrato Bob Noorda

Design

Ci sono date che restano lì, ferme, come chiodi piantati nella memoria. Per me, il 29 aprile 2005 è una di quelle. E scrivere queste righe, a distanza esatta di vent’anni, dà a tutto un peso diverso. Non è solo ricordo: è una verifica di ciò che è rimasto.

Quel giorno ero a Napoli, al Centro Studi ILAS, per partecipare a un seminario che, sulla carta, prometteva già molto. Ma non immaginavo quanto avrebbe inciso davvero.

Il protagonista era Bob Noorda, uno di quei nomi che non hanno bisogno di presentazioni per chi si occupa di grafica. Un uomo che non ha solo fatto il suo lavoro, ma ha contribuito a definire un linguaggio. E io ero lì, seduto tra tanti, con la curiosità di chi vuole imparare e la sensazione — ancora vaga — che stesse per succedere qualcosa di importante.

Ascoltarlo è stato come aprire una finestra su un modo diverso di intendere il progetto. Niente effetti speciali, niente fronzoli: solo rigore, metodo, chiarezza. Una visione della grafica che non cerca di stupire, ma di funzionare. E funziona proprio perché è pensata, costruita, essenziale.

Ma il momento che ha davvero cambiato le cose è arrivato dopo. Ho avuto modo di parlargli, anche solo per pochi minuti. Un dialogo semplice, diretto, senza distanza. Eppure densissimo. In quel breve scambio ho percepito qualcosa che non si insegna nei manuali: un approccio, una postura mentale, quasi una disciplina interiore.

Sono uscito da quel seminario con la sensazione netta di essere cambiato. Non in modo eclatante, ma profondo. Nell’immediato, ha influenzato alcune scelte professionali, orientandomi verso una maggiore attenzione alla struttura e al senso del progetto. Col tempo, però, mi sono reso conto che l’impatto è stato ancora più radicale: ha contribuito a modellare la mia forma mentis, il modo in cui affronto ogni lavoro ancora oggi.

E a distanza di vent’anni, la cosa più evidente è che quelle parole non si sono affievolite. Hanno semplicemente cambiato posto: non sono più un ricordo, ma un riferimento stabile.

C’è poi un dettaglio, apparentemente piccolo, che per me vale tantissimo. Quel giorno gli chiesi un autografo su un mio biglietto da visita. Lui accettò, con naturalezza. Oggi quel biglietto è incorniciato sulla mia scrivania. Non è un feticcio, ma un promemoria. Un richiamo quotidiano a quell’incontro, a quel rigore, a quella semplicità.

Non passa giorno lavorativo in cui non gli dia uno sguardo. E ogni volta, in silenzio, mi ricorda perché faccio questo mestiere e come dovrei farlo.

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