Non so se sia il rumore dell’aereo o quello dei pensieri a farmi più rumore in testa mentre lascio Napoli alle spalle. È fine marzo del 2006 e ho in valigia più domande che vestiti. Non è solo un viaggio: è uno spostamento di mondo, anche se nessuno lo dice così.
Ho la sensazione di stare facendo qualcosa di grande e, allo stesso tempo, di non essere del tutto pronto. C’è entusiasmo, certo, ma anche una paura sottile che non riesco a ignorare. Lasciare casa non è mai una semplice scelta logistica: è una frattura silenziosa, che ti porti dietro anche quando cerchi di far finta di niente.
Venezia la conosco solo per immagini e racconti, e quando arrivo capisco subito che nessuna fotografia le rende giustizia. È una città che ti disarma: bella e ostinata, sospesa tra acqua e pietra. Io invece mi sento tutto tranne che sospeso. Mi sento pesante, concreto, pieno di aspettative che non so ancora gestire.
Il 3 aprile 2006 entro in quello che sarà il mio nuovo lavoro. Non è solo un primo giorno: è il primo vero banco di prova lontano da tutto ciò che mi è familiare. Nessuno mi conosce davvero, e io non conosco davvero nessuno. E questa cosa, invece di spaventarmi soltanto, mi obbliga a rimettermi in discussione.
Non so ancora cosa diventerò qui, ma so che qualcosa sta già cambiando. Porto con me la paura di sbagliare, ma anche una forma di orgoglio che non avevo mai riconosciuto così chiaramente. Forse è questo che significa crescere: non avere risposte, ma accettare di attraversare il dubbio senza tornare indietro.

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