Categoria: Diario

Articoli generici non facilmente catalogabili.

  • Se la vostra azienda ha bisogno di una rispettabile presenza sul web e di nient’altro, realizzate un sito con una sola pagina. Potrete sempre aggiungerne altre successivamente, ma scommetto che non ne avrete bisogno.

    Des Traynor

    La perfezione è raggiunta non quando non c’è più niente da aggiungere, ma quando non c’è più niente da togliere.

    Antoine de Saint-Exupery

    Less is more“: vale a dire “meno è più” ovvero “meno è meglio“. Oggi sembra riassumere lo spirito con il quale approcciare questi tempi di crisi. La nostra epoca impone il confronto con il tema della limitatezza delle risorse. Il meno DEVE essere più.

  • Comma dee fari pì amà ‘sta donni?
    Di rose dee fare `nu bellu ciardini
    `ntorni p’intorni lei annammurari
    di prete preziosi e ori fini
    a mezzo ce la cava `na brava funtani
    e ja fà corri l’acqua sorgentivi
    `ncoppa ce lu mette ‘n’auciello a cantari
    cantava e repusava: bella diceva
    pì voi sò addivintato un aucello
    pè farimi `nu sonno accanto a voi bella madonna.
    Me l’ha fatto annammurà
    La cammenatura e lu parlà
    Si bella tu nun ci jve
    Annammurà non me facive
    Ah pi nciuè
    `sta ncagnata che vuò da me?
    Mammeta lu ssape e tu vuoi dice pure a te.

  • Il 5 novembre 2008 sarà un giorno da ricordare: alla guida della più grande potenza economica e politica del mondo è andato il Partito Democratico. L’uomo più potente del mondo è di colore ed ha 47 anni. Gli Americani hanno scelto: Barak Obama sarà il loro 44° Presidente.

    Come ho detto prima, Obama ha 47 anni: dato che in America non è possibile governare per più di due legislature (che a differenza dell’Italia sono di 4 anni l’una), nella migliore delle ipotesi a 55 anni dovrà lasciare la politica e guadagnarsi da vivere con un altro mestiere. A 47 anni (ma anche a 55) qui da noi se sei in politica sei ancora un portaborse. Se sei in politica. Perché c’è una persona, in Italia, che in politica ci è entrata a 58 anni. Prima faceva l’imprenditore: edilizia, telecomunicazioni ed editoria. Poi la discesa in campo nel 1994, e la prima vittoria elettorale. La prima, perché poi ce ne saranno altre: l’ultima proprio nel 2008, a 14 anni dalla sua discesa in campo. Si perché da noi non c’è alcun limite di legislature. Ma non è uno scandalo se si pensa che in Senato c’è una persona che ha 90 anni, e che ha preso parte, nel 1948, all’Assemblea Costituente della Repubblica Italiana. 60 anni esatti sulla scena politica italiana, non male direi. Poi capita che questo arzillo vecchietto si faccia ospitare la domenica sera sulle reti televisive di proprietà del Capo del Governo (si, in Italia il Capo del Governo può possedere anche 3 reti televisive, e allora?) e sia colto da improvviso malore: beh, alla sua età stare in mezzo a giovani donne procaci deve fare un certo effetto…

    Ma ritorniamo all’America e al suo Presidente: ci ho tenuto a specificare che è un uomo di colore per un motivo ben preciso: è figlio di un immigrato del Kenia che ha sposato una donna statunitense. In Italia essere figlio di un genitore straniero non ti rende neanche italiano! E’ probabile che tu non possa stare, da bambino, nella stessa classe di altri italiani: il Governo attuale ha proposto infatti l’istituzione di classi separate per figli di immigrati… che strani ‘sti americani, loro i figli di immigrati li fanno addirittura Presidenti! Ma non è che in Italia c’è razzismo, no! E’ una questione di abitudine… d’altra parte al Governo c’è un partito che dal giorno della sua fondazione auspica il federalismo su base regionale: la Padania e la Terronia. E per rafforzare il concetto gli esponenti di questo partito, tra i quali ci sono ben 4 Ministri della Repubblica, ad ogni comizio non perdono occasione per vilipendiare la Bandiera, simbolo d’Unità Nazionale, e oltraggiare con gestacci l’Inno Nazionale.

    Un’altra stranezza tutta americana: all’indomani dalle elezioni, il candidato della destra statunitense, lo sconfitto John McCain, ha dichiarato in un comizio: “Obama, questa è la tua vittoria, ho perso per i miei demeriti, sei anche il mio Presidente, ti auguro di governare bene”. In Italia nel 2006 lo sconfitto Silvio Berlusconi rifiutò di stringere la mano al neo-eletto Romano Prodi, e, alla caduta del suo governo, tra i banchi dell’opposizione – in Parlamento – c’era gente che stappava bottiglie di spumante e mangiava mortadella con le mani… in Parlamento, appunto. Perchè in Senato c’era chi sputava addosso altre persone. Beh, altre abitudini…

    Sto provando ad immaginare il neo-eletto Barak Obama che in 25 giorni si fa approvare dal suo parlamento una legge incostituzionale che lo protegge da qualsiasi processo a suo carico: uno scudo spaziale, insomma. Non gli potrà essere contestato alcun reato, che sia stato commesso prima o dopo la sua carriera politica, e di qualsiasi entità esso sia: stupro, omicidio, furto, nulla gli potrà essere contestato. Non credo durerebbe a lungo. Ma temo non durerebbe in alcuna Democrazia al mondo. Ma in Italia si. Beh, ma è ovvio: il nostro Presidente è sceso in politica apposta per farsi delle leggi ad personam per evitare il carcere, ci mancherebbe che dopo tutti questi sforzi il parlamento non gli approvasse questa legge! Un pò di coerenza, per Giove! Massì perché se in Italia commetti dei reati non vai in galera: ti fai eleggere, magari sfruttando giornali e televisioni di tua proprietà per farti un pò di sana propaganda, e ti fai lo scudo spaziale. O al massimo depenalizzi il reato. Poi se costruisci interi quartieri abusivamente c’è il condono edilizio, mica lo smantellamento! Diamine, vogliamo premiarli ‘sti sforzi o no?

    Sempre a proposito di sforzi premiati: correva l’anno 1995 quando l’allora Presidente degli Stati Uniti, tale Bill Clinton è incappato in uno scandalo giornalisticamente noto come Sexgate: con una stagista di nome Monica Lewinsky ebbe incontri erotici nella sala ovale della Casa Bianca. Questo episodio ha influenzato molto la seconda Presidenza di Clinton, in particolare costringendo quest’ultimo a subire un lungo procedimento giudiziario. La stagista, nonostante il sacrificio, non ha tratto nessun giovamento politico dall’accaduto. In Italia invece una giovane modella di calendari e valletta televisiva, all’epoca dei fatti impegnata con il grandissimo Davide Mengacci in una trasmissione di ricette culinarie in onda la domenica mattina, ha avuto la fortuna di incontrare il Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi. Dopo le ripetute avances di quest’ultimo pare sia avvenuto il fatidico incontro di carattere sessuale. Dico pare, perchè le presunte prove telefoniche della vicenda sono tenute forzatamente nascoste dallo stesso Presidente (non pensate subito alla censura, siete i soliti maliziosi…). Bene, da quel momento giustizia è stata fatta: la giovane e bellissima donna ha finalmente ottenuto ciò che le spetta: la poltrona del Ministero delle Pari Opportunità! Siamo davvero un Paese Democratico! Solo che stranamente quando qualcuno prova ad accennare a questa amorevole vicenda, dai protagonisti scattano continue querele e richieste di risarcimento danni. Forse non vogliono che gli sia fatta pubblicità gratuita… Che animi nobili!

    Mi viene voglia di trasferirmi in America… Lo slogan elettorale di Obama è stato: “CHANGE: YES WE CAN”. POSSIAMO CAMBIARE. Vi prego, invadeteci. Invadeteci, e cambiate anche noialtri

  • Non so se sia il rumore dell’aereo o quello dei pensieri a farmi più rumore in testa mentre lascio Napoli alle spalle. È fine marzo del 2006 e ho in valigia più domande che vestiti. Non è solo un viaggio: è uno spostamento di mondo, anche se nessuno lo dice così.

    Ho la sensazione di stare facendo qualcosa di grande e, allo stesso tempo, di non essere del tutto pronto. C’è entusiasmo, certo, ma anche una paura sottile che non riesco a ignorare. Lasciare casa non è mai una semplice scelta logistica: è una frattura silenziosa, che ti porti dietro anche quando cerchi di far finta di niente.

    Venezia la conosco solo per immagini e racconti, e quando arrivo capisco subito che nessuna fotografia le rende giustizia. È una città che ti disarma: bella e ostinata, sospesa tra acqua e pietra. Io invece mi sento tutto tranne che sospeso. Mi sento pesante, concreto, pieno di aspettative che non so ancora gestire.

    Il 3 aprile 2006 entro in quello che sarà il mio nuovo lavoro. Non è solo un primo giorno: è il primo vero banco di prova lontano da tutto ciò che mi è familiare. Nessuno mi conosce davvero, e io non conosco davvero nessuno. E questa cosa, invece di spaventarmi soltanto, mi obbliga a rimettermi in discussione.

    Non so ancora cosa diventerò qui, ma so che qualcosa sta già cambiando. Porto con me la paura di sbagliare, ma anche una forma di orgoglio che non avevo mai riconosciuto così chiaramente. Forse è questo che significa crescere: non avere risposte, ma accettare di attraversare il dubbio senza tornare indietro.

  • Viviamo in un tempo che tende a misurare tutto in velocità. Risposte rapide, risultati immediati, processi ottimizzati. È una logica che funziona bene in molti ambiti, ma che rischia di diventare un limite quando viene applicata ovunque, senza distinzione.

    Ci sono infatti processi che non possono essere compressi senza perdere qualità. Imparare qualcosa di nuovo, costruire competenze, sviluppare un pensiero critico: sono attività che richiedono tempo non per inefficienza, ma per struttura. Hanno bisogno di passaggi intermedi, di errori, di ripetizioni.

    La lentezza, in questo senso, non è un difetto. È una condizione necessaria. Non significa fare meno, ma fare con un ritmo che permetta di assimilare davvero ciò che si sta facendo.

    Il problema è che questi processi non sono immediatamente visibili. Non producono risultati evidenti nel breve periodo. Non sono facilmente raccontabili o condivisibili. Restano sotto traccia, e proprio per questo vengono spesso sottovalutati.

    Eppure è lì che si costruisce la differenza. Tra chi accumula esperienze e chi sviluppa competenze. Tra chi si muove velocemente e chi costruisce qualcosa che regge nel tempo.

    Recuperare un rapporto più equilibrato con la lentezza non significa rifiutare la velocità, ma riconoscerne i limiti. Significa accettare che non tutto può essere accelerato senza perdere valore.

    C’è anche un aspetto più pratico: la sostenibilità. Un ritmo troppo alto è difficile da mantenere. Funziona per un periodo limitato, poi si rompe. La lentezza, invece, è spesso più stabile, più replicabile.

    In un contesto che spinge continuamente verso l’accelerazione, scegliere di rallentare diventa quasi una forma di strategia. Non per fare meno, ma per fare meglio.

    Perché, alla fine, ciò che conta davvero non è quanto velocemente si arriva, ma quanto regge ciò che si è costruito lungo il percorso.

  • Le immagini della piazza restano tra le più riconoscibili del Novecento: una moltitudine compatta, giovane, determinata. Poi, il vuoto. La repressione delle proteste di Piazza Tienanmen nel giugno 1989 segna uno dei punti più delicati nel rapporto tra potere politico e spazio pubblico.

    Le proteste di Piazza Tiananmen non sono solo un evento storico. Sono diventate un riferimento permanente quando si parla di libertà di espressione, controllo dell’informazione e gestione del dissenso. La loro memoria è anche un caso emblematico di come la narrazione di un evento possa essere compressa, filtrata o resa parziale nel tempo.

    Il punto centrale non è soltanto ciò che è accaduto, ma ciò che è stato possibile raccontare dopo. In un’epoca in cui l’informazione è globale e istantanea, il controllo della memoria pubblica diventa un tema ancora più rilevante.

    C’è un aspetto meno evidente, ma forse più importante: il modo in cui le società costruiscono ciò che resta e ciò che scompare. Non tutto ciò che accade diventa automaticamente parte della storia condivisa. Alcuni eventi diventano simboli universali, altri si frammentano in versioni incomplete.

    Nel caso di Tiananmen, il tema non riguarda solo la repressione in sé, ma la gestione della memoria nel tempo lungo. Chi controlla il racconto del passato finisce inevitabilmente per influenzare anche il presente.

  • C’è una parte del lavoro, e più in generale della vita, che resta invisibile. Non viene raccontata, non viene mostrata, spesso non viene nemmeno riconosciuta. Eppure è quella che sostiene tutto il resto.

    Sono le cose che si fanno quando non c’è un pubblico. Quando non c’è un ritorno immediato. Quando il risultato non è condivisibile o non sembra abbastanza interessante da essere mostrato.

    Questa dimensione invisibile ha una caratteristica precisa: è difficile da sostenere nel tempo. Non offre gratificazioni rapide, non costruisce una percezione esterna. Richiede una forma di disciplina che non si appoggia al riconoscimento.

    Eppure è proprio lì che si costruisce la qualità. Non nel momento in cui si espone qualcosa, ma nel processo che porta a quel risultato. Nei dettagli, nelle correzioni, nei tentativi che non funzionano.

    Fare bene le cose che nessuno vede significa anche accettare una certa solitudine operativa. Non tutto può essere condiviso, non tutto deve essere validato. Alcune parti del lavoro devono restare interne, quasi private.

    C’è anche un altro aspetto: la coerenza. Quando si lavora senza un pubblico, si è costretti a definire un proprio standard. Non ci sono parametri esterni immediati. Questo rende il processo più difficile, ma anche più solido.

    Nel tempo, questa attenzione all’invisibile produce effetti concreti. Migliora la qualità complessiva, riduce l’improvvisazione, rende più stabile ciò che si costruisce.

    Non è la parte più evidente, ma è quella che regge tutto il resto.