Il 24 febbraio 2006 ero di nuovo al Centro Studi ILAS di Napoli. Questa volta il seminario aveva un titolo piuttosto diretto: “Il ruolo dell’Art Director nelle Agenzie Internazionali”. Una di quelle etichette che rischiano di suonare un po’ astratte, finché qualcuno non le riempie di senso.
Quel qualcuno era Gianpietro Vigorelli.
L’atmosfera era diversa rispetto ad altri incontri più “celebrativi”. Qui si parlava di lavoro vero, quotidiano. Di responsabilità, di processi, di decisioni da prendere anche quando non hai tutte le risposte in mano. Nessuna aura mitologica attorno alla figura dell’Art Director, ma piuttosto una messa a terra molto concreta.
Quello che mi colpì fu proprio questo: l’Art Director non è quello che “fa le cose belle”. O meglio, non solo. È quello che tiene insieme i pezzi. Che dà una direzione, che si assume la responsabilità di una scelta visiva ma anche strategica. È un ruolo di sintesi, più che di esecuzione.
Ricordo un approccio molto pragmatico, quasi asciutto. Niente teoria fine a sé stessa, ma esempi, dinamiche di agenzia, rapporti con clienti e team. Un racconto senza abbellimenti, che mostrava anche le frizioni, i compromessi, le inevitabili mediazioni.
Uscendo da quel seminario, avevo meno illusioni e più strumenti. Ed è stata una buona cosa.
Sono passati esattamente vent’anni da allora. Nel frattempo non sono diventato Art Director, almeno non nel senso classico del termine. Se proprio devo darmi un titolo, al massimo sono diventato “art director di me stesso”, nel senso più concreto: responsabilità, scelte, direzione.
Eppure, a distanza di tutto questo tempo, mi accorgo che quel seminario ha lasciato un segno preciso. Non tanto su cosa fare, ma su come stare dentro un team. Su cosa significa prendersi un pezzo di responsabilità senza bisogno di etichette. Su come contribuire a tenere insieme i pezzi, anche senza essere formalmente “quello che decide”.
Nel breve periodo, quell’incontro mi ha aiutato a ridimensionare certe aspettative e a mettere a fuoco meglio il tipo di professionista che volevo diventare. Non inseguire un titolo, ma capire cosa comporta davvero. Col tempo, mi sono reso conto che quel modo di vedere il ruolo — meno romantico e più strutturato — è rimasto dentro il mio modo di lavorare.
Non è stato un momento “epifanico” come altri, ma uno di quelli che aggiustano la rotta. Senza clamore, ma con precisione.
E spesso, a pensarci bene, sono proprio questi gli incontri che durano di più.

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