Se ripenso a quel marzo del 2006, oggi mi sembra di guardare una fotografia leggermente fuori fuoco. Non perché sia lontana, ma perché nel frattempo la vita ha continuato a muoversi sopra quell’immagine, stratificandola.
In questi vent’anni non c’è stata una linea retta. Ci sono stati quattro traslochi, ognuno con una sua logica e una sua necessità. Venezia è rimasta un punto centrale per molto tempo, poi è arrivata Padova, con un senso diverso di stabilità, più adulto, meno improvvisato.
Nel mezzo, un matrimonio bellissimo, che ha dato una forma nuova alle cose. Non solo compagnia, ma costruzione condivisa. E poi amicizie nuove, alcune nate per caso, altre rimaste con una continuità quasi sorprendente, come se avessero ignorato il passare del tempo.
Sul piano professionale, la crescita è stata costante ma non lineare. Ci sono stati periodi di consolidamento, altri di spinta forte in avanti. Dopo quindici anni nello stesso contesto, il cambio lavoro è stato uno dei passaggi più impegnativi. Non tanto per il cambiamento in sé, ma per il salto mentale: ricominciare a ridefinirsi in un sistema nuovo, con regole nuove, senza il “porto sicuro” della familiarità.
È successo a causa della pandemia: un momento che ha sospeso tutto, senza chiedere permesso. Ha ridisegnato priorità, abitudini, e in parte anche il modo di stare nel lavoro e nelle relazioni.
Accanto a tutto questo, viaggi, scoperte geografiche e personali, nuovi interessi che sono emersi quasi inaspettati, mentre altri si sono consolidati fino a diventare parte stabile della quotidianità. Alcuni tratti del carattere si sono rafforzati, altri si sono attenuati, non senza una certa resistenza.
Eppure, la sensazione di fondo non è cambiata molto rispetto a quel ragazzo sull’aereo. C’è ancora una curiosità di base, quasi testarda, verso ciò che può arrivare dopo. Non tanto l’ansia del futuro, quanto l’interesse per ciò che ancora non è stato attraversato.
Forse la differenza è che oggi non si parte più senza sapere cosa si lascia. Ma si parte comunque. Solo con più memoria addosso.
E se devo essere sincero, la domanda che resta identica a vent’anni fa è la stessa, solo formulata meglio: cosa succede dopo?

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